Le voci satiriche di Roma: le “Statue Parlanti”

Roma è una città densa di particolari suggestioni. Questo perché in lei vivono diverse anime: ad esempio, quella di antica capitale imperiale; oppure quella di residenza papalina, meta dei pellegrinaggi cristiani; infine, quella di capitale italiana con le sedi di governo sparse per tutto il suo territorio. Insomma, “Roma caput mundi” in quanto centro indiscusso del potere costituito.
Ma non sempre la convivenza fra il potere e il focoso popolo romano si è risolta in modo pacifico. Anzi, a partire dal XVI sec. sempre più si sviluppò in quest’ultimo il desiderio di dare libero sfogo alla propria insofferenza, in risposta ai vari soprusi  di cui si andavano macchiando il papa o il governatore di turno.
E’ su questi presupposti che la città divenne palcoscenico per le cosiddette Statue Parlanti, presenze discrete d’aspetto ma dai motti irriverenti spesso scritti inversi o in dotto latino.
Pasquino, l’Abate LuigiMarforio, Madama Lucrezia, il Facchino, il Babuino: questi i nomi delle sei statue tradizionalmente riconosciute. Tutt’intorno ad esse trovavano posto cartelli più o meno grandi, appesi nottetempo dagli anonimi autori così da poter essere letti da tutti a partire dalle prime luci del giorno, prime che le guardie potessero intervenire con la loro rimozione. Questi messaggi vennero presto denominati “pasquinate”, dal nome della statua più celebre.
Ed è proprio da Piazza di Pasquino che inizia il nostro itinerario, appena alle spalle di Piazza Navona.
Pasquino è un frammento di un gruppo marmoreo in origine raffigurante “Menelao che sostiene il corpo di Patroclo”. Agli inizi del Cinquecento cominciarono ad essere appesi al suo collo i messaggi anonimi, rivolti soprattutto contro i papi. Questi ultimi tentarono in ogni modo di liberarsene: in particolare Adriano VI ordinò di gettarla nel Tevere, ma ad ultimo fu dissuaso per paura della contro-mossa popolare. Allora si decise di sorvegliarla, così da condannare a morte chiunque si fosse macchiato di “pasquinata”. Ma a quel punto altre statue cominciarono a parlare, vanificando in toto gli intenti papali.
La successiva Statua si trova in Piazza Vidoni, appoggiata sul muro laterale di Sant’Andrea della Valle, e si tratta dell’Abate Luigi. Ad identificarlo è l’iscrizione marmorea ai suoi piedi; dice:

“Fui dell’Antica Roma un cittadino
ora Abate Luigi ognun mi chiama
Conquistai con Marforio e con Pasquino
nelle satire urbane eterna fama
Ebbi offese, disgrazie e sepoltura
ma qui vita novella è alfin sicura”

In realtà vita tranquilla non ebbe mai, dato che più e più volte fu soggetta ad atti di vandalismo.  E fu proprio in occasione dell’ultima mutilazione (nel 1966 le venne sottratta la testa) che la statua parlò per l’ultima volta, così dicendo:

O tu che m’arubbasti la capoccia
vedi d’ariportalla immantinente
sinnò, vòi véde? come fusse gnente
me manneno ar Governo. E ciò me scoccia”

Dobbiamo invece entrare nel cortile di Palazzo Nuovo, sul Campidoglio, per ammirare la statua di Marforio, magnifico esemplare di epoca romana rappresentante in origine Nettuno o forse il Tevere. Fu rinvenuta presso il Tempio di Marte Ultore e si trova nella collocazione attuale per volontà di Innocenzo X. Nel corso del tempo, si rese protagonista di celebri dialoghi a distanza con Pasquino, a cui rispondeva su temi di rilevanza sociale o politica.
L’unica donna del gruppo è Madama Lucrezia, che si erge con il suo busto colossale all’angolo fra il Palazzetto Venezia e la Basilica di San Marco. Probabilmente rappresentava Iside ed era stata donata da Alfonso V, re di Napoli, alla sua amante Lucrezia d’Alagno. La sua più celebre pasquinata risale al 1799 quando, gettata a terra in seguito ad una rivolta popolare, sentenziò: “Non ne posso veder più”.
Poco lontano, all’incrocio fra Via Lata e Via del Corso, è la Statua del Facchino, il rappresentante più giovane del Congresso degli Arguti.  Il personaggio effigiato era un acquarolo, morto per disdetta proprio mentre trasportava un barile (siamo a conoscenza di ciò da un’epigrafe oggi andata perduta). Per la sua raffinata fattura fu in passato attribuita addirittura a Michelangelo.
L’ultimo rappresentante del gruppo è infine il Babuino, grottesco satiro a decorazione di una fontana posta appunto in via del Babuino. Il soprannome deriva dalla sua incredibile bruttezza, per cui i cittadini di Roma presero a paragonarlo ad una scimmia. La statua divenne talmente popolare da far rinominare la strada, che in origine si chiamava via Paolina. Fino a qualche anno fa il muro alle sue spalle era completamente rivestito di graffiti satirici, oggi cancellati a seguito di un restauro.
Ma la voce del popolo continua a farsi sentire attraverso la bocca di queste figure solo apparentemente silenti e non aspetta altro che nuovi soprusi per procedere con la sua velenosa stangata!

Articoli correlati:

About artutto