La pittura nell’Antica Roma

Testimonianze di pittura romana le abbiamo soprattutto ad Ercolano, Pompei e Stabia, seppellite dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. La cenere ed il fango permisero infatti di conservare intatte le strutture. Le pitture pompeiane sono databili fra il II sec. a.C. e la data dell’eruzione.
Un altro grande serbatoio di pitture romane sono i ritratti su tavola delle mummie di Fayyum in Egitto, databili tra la fine del I secolo a.C. e la metà del III secolo d.C.
Sono invece andate perdute le pitture trionfali, che venivano portate durante i cortei e rappresentavano episodi della guerra che era stata vinta (anche con la rappresentazione delle città conquistate), oltre alle tavole dipinte da grandi pittori greci che erano state portate a Roma per trasformare in pinacoteche alcuni templi e il Portico di Ottavia, costruito da Augusto in onore della sorella.
Per la pittura, ancor più che per la scultura, si dimostra tratto caratteristico dell’arte romana l’aderenza alla vita reale, quotidiana, con la scelta di soggetti anche umili: ad esempio, a Pompei sono molte le pitture che mostrano scene di mercato. Molto interessante è anche lo stile narrativo con cui si procede nell’opera.
S’individuano 4 stili per la pittura parietale romana:

 1° STILE (metà II sec. a.C. – inizi I sec. a.C.) -> pitture a incrostazione, imitano un rivestimento in lastre di marmo pregiato di specie diverse. Le lastre erano simulate modellando dello stucco che poi veniva colorato. Successivamente però la modellazione   dell’intonaco fu abbandonata perché la sola pittura riusciva ad imitare, dandone una perfetta illusione, una lastra in aggetto. Principale testimonianza  di questo stile è la decorazione della Casa di Sallustio a Pompei.

2° STILE (inizi I sec. a.C. – fine I sec. a.C.) -> pitture che simulano architetture sulle pareti per mezzo della prospettiva. Fra i maggiori esempi si ricordano: la decorazione della Villa di Poppea a Torre Annunziata; gli affreschi del Triclinio della Villa dei Misteri a Pompei (in esso vi sono poche strutture architettoniche in cui s’inseriscono figure a grandezza naturale, che compiono un rito di iniziazione ai misteri dionisiaci); gli affreschi dell’Aula Isiaca sul Palatino (soggetti di argomento egizio, per lo più legati al  culto di Iside, inseriti fra festoni e nastri); gli affreschi della Casa dei Grifi sul Palatino (risalenti al 90-80 a.C., sono il più antico esempio relativamente al 2° stile, e mostrano finte colonne dipinte sulla parete con accenno prospettico).

3° STILE (I sec. a.C. – metà I sec. d.C. ca.) -> pitture che riprendono motivi esistenti ma li rendono improbabili, puntando al valore ornamentale. Oltre alla già citata decorazione della Villa di Livia, di particolare rilievo è quella di Villa Farnesina (Palazzo Massimo), costruita nel 30-25 a.C. sulla sponda destra del Tevere: essa è caratterizzata da pareti nere con festoni di foglie e piccole scene di giudizio, o da architetture sottili su fondo rosso con edicole che riquadrano scene mitologiche. Queste furono eseguite da   una personalità del tutto originale: qualche studioso ha proposto di riconoscere in esso quel Ludius, che fu uno dei pochissimi pittori di età romana che a Plinio sembrarono degni di menzione. Vissuto ai tempi di Augusto, era specialista per vedute di paesaggi con scene campestri e scherzose.

- 4° STILE (seconda metà I sec. d.C.) -> è una pittura fantastica, dell’illusionismo prospettico. Si serve di prospettive architettoniche del III stile, ma in maniera del tutto fantasiosa. L’esempio più significativo in tal senso è la decorazione della Casa dei Vettii a Pompei, ridondante di dettagli decorativi, con ardite prospettive. Questo era inoltre lo stile della decorazione della Domus Aurea: questa ha come soggetto principale Achille a Sciro, che s’inserisce in una cornice architettonica dipinta di estrema grandiosità. L’artefice fu probabilmente Fabullus.

PITTURE DEL MITREO DI MARINO (160-70 ca.)

Accanto alla pittura privata e a quella pubblica, bisogna ricordare quella dei luoghi di culto: particolarmente interessanti sono le decorazioni dei mitrei, i luoghi di culto della religione iranica che si andava affermando sempre più anche a Roma a partire dal II sec. d.C., specialmente in ambiente militare.
Fra i meglio conservati è il Mitreo di Marino, rinvenuto nel 1962. Il mitreo venne ricavato in una preesistente cisterna d’acqua con volta a botte scavata nel peperino. Al termine della galleria c’è il dipinto in cui Mitra, vestito all’orientale (con berretto frigio, tunica e calzoni rossi e mantello blu), taglia la gola al toro bianco, mentre guarda verso il Sole che lo illumina (alle sue spalle è invece la Luna): esso è realizzato ad encausto (= tecnica a cera fissata a caldo) direttamente sull’intonaco della cisterna. Sotto al Sole e alla Luna ci sono due dadofori, portatori di torce, uno con la torcia alzata (Cautes, il giorno), l’altro con la torcia abbassata (Cautopates, la notte). In basso, un cane e un serpente bevono il sangue del toro mentre uno scorpione ne morde i testicoli. Dalla coda della vittima escono alcune spighe di grano, simbolo della rinascita della Terra. Ai lati della scena principale, infine, ci sono otto riquadri con le principali imprese della vita di Mitra.

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