Luca Signorelli (1445 – 1523)

L’INFLUENZA DI PIERO DELLA FRANCESCA

Nativo di Cortona, Luca Signorelli si formò ad Arezzo, presso la bottega di Piero della Francesca. Nelle sue prime opere è particolarmente evidente il legame con la produzione del maestro: e  così lo Stendardo della Flagellazione (1475) è direttamente ripreso dalla Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca, e la Pala di Sant’Onofrio (1484) presenta citazioni “pierfrancescane” nella resa della Vergine e del Sant’Agostino. Tuttavia, vi sarà nella produzione successiva una predilezione per le figure in movimento rispetto alla ieraticità dei personaggi del maestro, comportando un’evoluzione stilistica che lo renderà più vicino a soluzioni michelangiolesche.

L’ESPERIENZA IN CAPPELLA SISTINA

Nella stipula ufficiale del contratto per la decorazione della Cappella Sistina, il Signorelli non compare fra gli artisti sottoscriventi: questo perché fu inizialmente coinvolto come aiuto del Perugino. Dunque, sarà soltanto alla partenza di quest’ultimo che egli ottenne la titolarità di parte della decorazione, specificatamente delle scene con Testamento e Morte di Mosè (1482). Tuttavia, non dovette attendere da solo a tali lavori in quanto, se da una parte è riconoscibile la sua mano nella vigorosa resa anatomica di alcuni personaggi, dall’altra la resa luministica dell’opera fa protendere per un’attribuzione ad un altro allievo di Piero della Francesca, ovvero Bartolomeo della Gatta.

ALLA CORTE DEL MAGNIFICO

Dal 1490 ca., fu uno degli “adepti” dell’Accademia neoplatonica di Firenze, presso la corte di Lorenzo il Magnifico. A testimonianza di ciò, è la tavola con l’Educazione di Pan, andata distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale, densa di riferimenti simbolici: Pan era infatti messo in relazione con la famiglia Medici, in quanto divinità portatrice di pace e prosperità. Quando, nel 1494, la famiglia verrà cacciata da Firenze, lo stesso Signorelli abbandonerà la città alla volta di Siena, Loreto e Città di Castello.

IL CICLO DEGLI ULTIMI GIORNI: OPERA “D’INVENZIONE BIZZARRA E CAPRICCIOSA”

E’ Vasari, nelle sue Vite, a rivolgere tali appellativi all’artista e alla sua produzione. E dovette di certo riferirsi al ciclo degli Ultimi Giorni (1499-1502), soggetto che fino a quel momento non era mai stato trattato nell’arte italiana.
Questo fu realizzato nelle volte della Cappella di San Brizio, nel Duomo di Orvieto, già in parte affrescate da Beato Angelico e aiuti (fra cui Benozzo Gozzoli): per attendere a tale committenza, il Signorelli dovette lasciare incompleto un altro ciclo di affreschi nel Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, con Storie di San Benedetto (1497-9).
La resa di dannati ed eletti rappresenta un precedente per il Giudizio Universale di Michelangelo: per questo la critica ha spesso indicato Signorelli come un precursore di quest’ultimo, anche riferendosi all’opinione espressa in merito dal Vasari. Nonostante ciò, tale lettura è da considerarsi improbabile, anche per non ridimensionare la portata innovativa del Giudizio michelangiolesco.
Indubbia è comunque la creatività dell’artista, soprattutto nelle scene dell’Apocalisse e della Predica e fatti dell’Anticristo. Fra le soluzioni più geniali, si ricorda la scena del diavolo che suggerisce all’orecchio dell’Anticristo le parole da pronunciare e quella con la dannata portata in spalla da un compiaciuto demone.
L’artista probabilmente s’ispirò alle vicende fiorentine del suo tempo, con la figura dell’Anticristo associata al Savonarola, mendace arringatore del popolo.
Egli stesso si ritrasse per ben due volte: nell’Apocalisse, nelle vesti di demonio, e al lato della Predica e fatti dell’Anticristo, come spettatore della scena da lui stesso descritta.

CURIOSITA’

L’artista morì cadendo da un ponteggio mentre soprintendeva a dei lavori.
Nel suo Compianto sul Cristo morto ritrasse forse il corpo di suo figlio, venuto a mancare poco prima: pare infatti che, in seguito alla morte, richiese che il cadavere fosse spogliato per disegnarlo.

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