Filippo Brunelleschi (1377-1446)

LA RIVALITA’ CON GHIBERTI

Fin dalle prime committenze, Filippo Brunelleschi si trovò a rivaleggiare con un grande “antagonista”: Lorenzo Ghiberti.
Era il 1401 quando l’Arte dei Mercanti indisse il concorso per la realizzazione della seconda porta del Battistero di Firenze. I partecipanti vennero chiamati a realizzare come prova d’esame una formella avente 0come soggetto: doveva essere dunque rappresentato Abramo nell’atto di sacrificare suo figlio, l’angelo intervenuto per fermare il sacrificio, l’ariete da immolare al posto di Isacco e infine il gruppo con l’asino e i due servitori; il tutto doveva essere delimitato da una cornice quadriloba mistilinea, per coerenza con le formelle che Andrea Pisano aveva già realizzato per la prima porta. Giunti fino a noi i saggi d’esame dei due grandi maestri, è ancora possibile porli a confronto, per comprendere le differenze stilistiche che portarono alla vittoria dell’uno sull’altro. Nella formella del Ghiberti traspare un eccezionale eleganza di stampo ancora gotico, dove la drammaticità dell’evento viene stemperata in virtù di una serenità data dalla fede; inoltre, il tutto è contenuto all’interno della cornice, in un rapporto ben studiato fra figure e spazio. Totalmente divergente lo stile del Brunelleschi, che decise di trattare l’argomento in chiave ben più drammatica: da qui le figure difficilmente trattenute all’interno della cornice, mosse da un vivo pathos, come anche la scelta di rappresentare l’angelo nel momento in cui letteralmente strappa dalle mani di Abramo il coltello del sacrificio. Nella competizione, secondo il biografo Antonio Manetti, Filippo vinse alla pari col Ghiberti che, però, si rifiutò di collaborare con lui, avendo la meglio sul rivale. Da altre fonti, l’assegnazione pare invece unanime verso il Ghiberti, nonostante la maestria dimostrata dallo sfidante. In ogni caso, la compostezza venne premiata in un’opera che doveva sancire un legame fra passato e presente.
Ma l’occasione di rivalsa sull’avversario non tardò ad arrivare per Filippo: nel 1418 venne infatti indetto un nuovo concorso, questa volta per decidere l’assegnazione dei lavori per la Cupola di Santa Maria del Fiore. Il Vasari, nelle sue Vite, ci riporta un aneddoto interessante sul Brunelleschi:

“Propose questo [...] che chi fermasse in sur un marmo piano un uovo ritto, quello facesse la cupola [...] Tutti que’ maestri si provarono per farlo star ritto, ma nessuno trovò il modo. Onde essendo detto a Filippo che lo fermasse, egli con grazia lo prese, e datogli un colpo del culo in sul piano del marmo, lo fece star ritto. Romoreggiando gli artefici, che similmente arebbono saputo far essi, rispose loro Filippo, ridendo, che gli arebbono saputo voltare la cupola, vedendo il modello o il disegno. E così fu risoluto ch’egli avesse carico di condurre questa opera”

In realtà, in un primo momento, furono chiamati ad attendere al ruolo di capomastri nella fabbrica del Duomo Ghiberti e Brunelleschi congiuntamente. Ma quest’ultimo, che mal sopportava la presenza di Lorenzo, visti i precedenti (ovvero il Concorso del Battistero), cercò di farlo radiare dimostrando la sua inidoneità: e così, fingendosi malato, lasciò il collega solo a vigilare sui lavori, finché non venne richiamato d’urgenza a causa di errori tecnici che quello andava commettendo. In conclusione, nel 1425, Ghiberti venne estromesso dai lavori, che passarono per intero nelle mani di Filippo. Egli dimostrò un inedito talento: in particolare, si risolse a voltare la cupola senza armatura, mediante un sistema a doppia calotta e alla disposizione dei mattoni a spina di pesce. Questo gli permise di innalzare la più grande cupola in muratura mai costruita.

“Structura sì grande, erta sopra e’ cieli, ampla da coprire chon sua ombra tutti e popoli toscani”
(Leon Battista Alberti – De Pictura)

LA COPPIA “DEL TESORO”

Altro racconto interessante che vede come protagonista Brunelleschi, c’è fornito ancora una volta dal Vasari nelle sue Vite. Ci dice questo che, in seguito alla disfatta nel concorso del Battistero, profondamente amareggiato, Filippo si decise a partire per Roma con Donatello, al quale sempre più lo legava un rapporto di amicizia. I due erano più che mai motivati allo studio dell’ “antico”: vagavano dunque per la città alla ricerca di bei cimeli, andando a scavare laddove vedevano qualcosa d’interessante sbucare fuori dal terreno. Per queste particolari attività, pare che la coppia venisse additata dagli abitanti locali come “quella del tesoro”, in quanto era credenza popolare che i due andassero scavando alacremente alla ricerca di chissà quale segreto bottino dimenticato nel sottosuolo.

 

Claudia Sole


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