Dora Maar: la donna, l’artista, l’amante

Il suo nome era Henriette Theodora Markovich.
Era ma non fu più, da quando, approdando a Parigi appena diciannovenne, divenne pittrice, fotografa, ma soprattutto l’amante di Picasso, da tutti conosciuta come l’attraente Dora Maar.
Arrivò da Buenos Aires con un eccezionale bagaglio culturale, una perfetta conoscenza della lingua spagnola ed una capacità di sentire che egregiamente riversava nei tagli prospettici e nelle architetture ribaltate delle sue fotografie.
Scriveva di lei James Lord: “Si avvertiva immediatamente quando ci si trovava in sua presenza che quella non era una donna comune. Non era bella in senso classico, ma era un tipo che non si dimenticava facilmente. C’era nei suoi occhi una luce, uno sguardo straordinariamente luminoso, limpido come il cielo di primavera. Aveva una bella voce, una voce singolare, unica. Non ho mai conosciuto nessun altro con una voce come la sua. Era come un gorgheggio nel canto degli uccelli”.
Per mantenersi a Parigi, comincia a realizzare fotografie di moda e immagini pubblicitarie, ma la sua vera vocazione la porta a ritrarre scorci “surrealisti”, scene di strade degradate e uomini afflitti da fame e povertà. Il suo scatto più famoso raffigura un feto animale: lo intitola Ubu, il terribile dittatore dell’opera teatrale Ubu Roi di Alfred Jarry.
Scriveva Picasso in merito alla sua arte: “Le sue fotografie mi ricordano le tele di De Chirico. Rappresentano spesso un lungo tunnel con in fondo la luce e un oggetto piuttosto difficile a identificarsi perché si trova in contro-luce”.
Il primo incontro di Dora con lui risale al 1936, ed è un incontro di forte impatto emotivo: si dice infatti che la donna entrò nel Cafè les Deux Magots a Saint-Germain-des-Pres vestita di guanti neri e che, sfilandoli, esordì col gioco del coltello; purtroppo, nel tentativo di puntare la lama fra le sue dita, sbagliò il colpo quel poco che bastò per ricoprire di sangue la sua mano. Picasso ne rimase rapito, tanto da conservare quel guanto in una mensola della sua casa a ricordo del gesto ardito di quella straordinaria creatura. E l’innamoramento fu reciproco: poco importava che lui avesse 54 anni e lei neanche 30; poco importava se quell’uomo era in attesa di una figlia da un’amante-bambina, la bionda Marie-Therese Walter.
La passione travolse tutto e sfociò anche nella produzione artistica: lui ritrasse Dora continuamente nelle sue opere; lei incessantemente lo fotografò mentre era al lavoro.
Nei quadri di Picasso, Dora è “la donna in lacrime”, creatura dal volto deformato e spigoloso, con occhi sbarrati dalla sofferenza. La sofferenza per il suo essere sterile, la sofferenza per essere soltanto una delle femmine dell’ “harem” del Maestro. Dirà di se stessa: “Sono la donna che piange, sono la donna verde dei quadri del genio, sono l’idea stessa del dolore: il mio, il suo, il dolore del mondo”.
Nelle fotografie di Dora, Picasso è il creatore di uno dei più grandi ritratti del XX sec.: Guernica. Il dossier da lei realizzato rappresenta il primo reportage fotografico di un’opera d’arte in corso d’esecuzione.
E’ quello ancora un periodo felice per i due, ma con un rovinoso destino già scritto.
Di lì a poco l’amante premuroso si trasformerà per Dora in carnefice, a partire dalla proposta da lui avanzatele di rinunciare alla fotografia per la pittura. Lei obbedisce, del tutto soggiogata da quell’uomo, ma cadrà in una trappola di distruzione psicologica, in quanto il suo lavoro verrà deriso senza pietà: “tanti segni per non dire niente…”, le diceva il Maestro dall’alto della sua superiorità.
Tutto va in frantumi, e il lungo rapporto sentimentale si conclude in uno stato di depressione, che spinge Picasso a consigliarle una cura psicanalitica presso il suo amico Lacan. Per due anni Dora lotterà contro i fantasmi di un uomo che non la ama, contro la mancanza di sostegno di una madre da poco deceduta, contro la sua fragilità di donna. Chi la conosceva temeva che si sarebbe suicidata: “Anche Picasso se lo aspettava. Il motivo principale per non farlo fu privarlo della soddisfazione” scrive la donna.
Fortunatamente, grazie alla sua determinazione riuscirà pian piano a riconquistare un equilibrio emotivo. Non certo la fiducia in quell’uomo spietato di cui scriverà: “solo io so quello che lui è […] è uno strumento di morte […] non è un uomo, è una malattia”.

Claudia Sole

Articoli correlati:

About artutto