Aubrey Beardsley (1872-1898)

“A delicate child, like a little piece of Dresden China”.
Con queste parole lo descrive la madre, mentre riporta alla memoria l’immagine di Aubrey ormai deceduto. Così come era solita vederlo fin dai primi anni di vita, tanto fragile da dover essere tenuto sotto continue cure: dall’età di 7 anni fu infatti affetto da tubercolosi, un male che consegnò lui la triste consapevolezza di essere null’altro che un “uomo nato alla morte”.
Crescendo, divenne un abile disegnatore, inquieto e irriverente, soprattutto a causa delle modalità con cui il particolare vissuto interferì sulla sua produzione artistica.
Egli trattava con estrema libertà il tema erotico, condendo di vena ironico-trasgressiva i suoi disegni, così da spingerli oltre il comune senso del decoro.
Ciò suscitò all’epoca non poco scompiglio, tanto che la condanna di Wilde per omosessualità ebbe ripercussioni anche su di lui, che dall’opinione pubblica veniva accomunato ad Oscar per uno stesso grado di depravazione. Si credette di poter vedere nelle sue vignette esplicitamente licenziose le pratiche sessuali che l’artista era solito intrattenere nella sua vita privata. Da qui le accuse di “corruzione congenita” e concupiscenza che gli furono rivolte. Scriveva Weintraub che i suoi volumi recavano “more erotic details than had ever seen before in a book openly published and distributed in England”. Addirittura si cominciò a guardare alla sua malattia come una possibile conseguenza del peccato, punizione ben meritata, quindi, da chi mostrava totale indifferenza verso una qualsiasi censura sociale.
Alle accuse di omosessualità si aggiunsero ben presto quelle di incesto: Aubrey aveva infatti un rapporto molto stretto sia con la madre che con la sorella, tanto da assumere talvolta tratti morbosi. Fu dunque questo che poterono vedere molti dei suoi contemporanei, chiusi nella visione etica tipica del periodo vittoriano da non essere in grado di indagare aldilà delle apparenze, laddove il “perturbante” generò una commistione fra realtà ed immaginazione.

LA DONNA COME FIGURA ANDROGINA

Si è già anticipato come una delle questioni su cui i critici maggiormente si sono interrogati in merito alla vita di Beardsley è sicuramente quella dell’orientamento sessuale.
Personalmente non ritengo di particolare interesse scoprire quali fossero le preferenze sessuali dell’artista; tuttavia sono d’analizzare alcuni elementi in tal senso, per cercare di comprendere più adeguatamente l’ambigua rappresentazione che da della donna nella sua arte.
In Under the hill si susseguono episodi pederastici, trattazioni ossessive dei genitali maschili e della loro dimensione, rappresentazioni di creature ermafrodite. La modalità in cui Aubrey presenta tutto ciò sembra però connotare più che un omosessualità un atteggiamento da voyeur, ovvero passivo. Questo, come anche il narcisismo spinto agli eccessi, può essere considerato come una manifestazione dei disturbi dell’affettività dovuti alla sua malattia: l’età della pubertà fu infatti per lui ben differente che per gli altri suoi coetanei, poichè era costretto a lunghi periodi di degenza dentro casa, dunque privato di contatti con quel sesso femminile che (salvo rare eccezioni) veniva rappresentato dalle esclusive figure della madre e della sorella. Questo non poté non comportare un’identità sessuale ancora non ben definita, quasi virginea. Che non siano dunque, quegli individui androgini, una mera restituzione della percezione di sé, uomo castrato suo malgrado dalle circostanze intercorse nella sua esistenza? E quelle donne, attraenti e repulsive allo stesso tempo, semplicemente un continuo ritornare a qualcosa che non può essere da lui posseduto, non essendo conosciuto, e che, tuttavia, lo condiziona nel pensiero, nell’esistenza, nell’arte?

LA MALATTIA E LE CONTAMINAZIONI VITA-ARTE

Il sentimento della morte viene rivisitato in più modalità nel gesto inventivo. L’arte si offre nel suo complesso ruolo di atto ripartivo, ovvero d’esorcizzazione di ciò che spaventa, e al tempo stesso di ripetizione persecutoria di un vissuto “trascinato con i denti”. La tendenza riparatrice è più che mai ravvisabile ne La Morte Di Pierrot: in essa, Beardsley ha sicuramente l’intento di raffigurarsi la propria scomparsa. È forse nel tentativo di rendere l’evento meno inelegante possibile che Beardsley relega la figura del morente al margine dell’illustrazione e cerca di farlo apparire come avvolto semplicemente da un lieve torpore. Questo suo intento ugualmente pare rispecchiarsi nell’atteggiamento dei presenti: questi tentano di mantenere il silenzio, camminando in punta di piedi, per non andare a disturbarlo, come se ancora fosse possibile un risvegliarsi alla vita. Essi lo porteranno via senza dire dove, in modo che gli uomini non sappiano di quella morte e continui a vivere in loro la memoria del suo genio artistico.

ELLEN E MABEL: L’AMBIGUITA’ DEI RAPPORTI FAMILIARI

La relazione di Aubrey con le figure femminili della famiglia sembra essere un centro d’incandescenza per quanto riguarda la relazione arte-vita che si è cercato di considerare. Estremamente legato alla madre e forse innamorato della sorella, egli concepiva le due donne come figure consolatrici e la casa con esse condivisa come un porto sicuro e generoso contro le ostilità dell’ambiente extra-familiare. Nonostante ciò, non mancarono sentimenti ambivalenti ad esse rivolti, generati sia dal loro particolare temperamento che dalle difficile condizione esistenziale di Aubrey.
Il rapporto fra Ellen ed Aubrey fu caratterizzato da eventi traumatici fin dalla nascita: il parto, infatti, fece contrarre ad Ellen la febbre puerperale, e la costrinse ad allontanare da sé quel bambino, bisognoso di cure, che quindi fu inizialmente accudito dalla zia. Più tardi, la presa di coscienza, da parte di Aubrey, di essere stato in qualche modo responsabile della malattia della madre dovette generare in lui non poco turbamento se, nel campo dell’arte, finì sempre per associare l’evento della nascita ad una componente luttuosa, o comunque in qualche modo violenta. Il legame fra due dovette comunque diventare ben stretto, a causa della malattia di Aubrey. Ma lui sembra soffrire non poco di ciò: nutriva una sorta di risentimento nei confronti di Ellen, in quanto in lei percepiva una forza che si andava come opponendo allo sviluppo della propria indipendenza. In più probabilmente la incolpava inconsciamente dell’averlo messo al mondo in quello stato, di essere stata cioè più una generatrice di morte che di vita. A questo tipo di sentimento si potrebbe, ad esempio, associare la raffigurazione dei feti.
Per quanto riguarda invece la sorella, non si può sicuramente negare il grande affetto che lo legava a lei. Ma i dati a disposizione sono del tutto insufficienti per avallare l’ipotesi del tempo che i due fossero amanti. Per lei, comunque, sono le parole più affettuose di tutto il suo epistolario: lei, che fu una compagna di giochi da bambina e che forse così rimase per lui fino alla fine della sua breve vita.

Claudia Sole

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