L’elemento naturale nell’Arte Giapponese

Intorno al 300 ca., ovvero nel cosiddetto Periodo Kofun, in Giappone si comincia a sviluppare la credenza che vi siano spiriti (= kami) nella natura. Nasce così lo scintoismo (= “via degli dei”) e la conseguente costruzione di templi dedicati a questi spiriti. In un primo momento, si preparava una zona sacra conficcando nel terreno quattro pali agli angoli di un perimetro quadrato; quindi, si iniziò a tendere una corda tesa fra i quattro pali per meglio definire lo spazio sacro. La suddetta area era sempre scelta all’interno di boschi, sulle montagne o vicino a distese acquatiche, proprio per stabilire uno stretto rapporto fra uomo, natura ed elemento divino.
Questo rapporto armonico fra uomo e natura (= fura), questa ispirazione nelle architetture alle forme naturali, questo legame profondo con la religione rimarranno tratti fondamentali e costanti in tutta la storia dell’Arte Giapponese, anche dopo l’introduzione del buddismo ( nel Periodo Asuka, a partire dal 552), che cambiò ogni aspetto di vita di quegli uomini.
Fra i materiali da costruzione, in virtù di quei principi, si predilige il legno di cipresso o di ciliegio, particolarmente presenti sul territorio.
Fra gli edifici sacri, ad aver maggior diffusione sarà la pagoda, in grado di compenetrarsi totalmente con lo spazio circostante, grazie non solo ai materiali scelti, ma anche ai colori e allo slancio verticale della struttura, così simile ad un albero dalle fronde a forma di tetti a spiovente; all’interno, fra l’altro, un pilastro centrale attraversa tutta l’altezza dell’edificio, pur non avendo valore di sostegno (ma solamente spirituale, come raccordo fra uomo e divinità), similmente per l’appunto ad un tronco d’albero.
A partire dal Periodo Muromachi (1392-1573), poi, il giardino diverrà vero e proprio tratto distintivo e decorativo di ogni edificio, fosse esso pubblico o privato, profano o religioso.
Particolarmente suggestivi sono quelli che circondano le case da té, una sorta di dependance presenti in tutte le abitazioni di samurai. Il giardino avvolge qui l’intera struttura, di dimensioni ridotte e assolutamente essenziale. Elemento sempre più frequente diviene l’acqua, per lo più in moto (a differenza della Cina). Laddove essa è assente, viene sostituita da una distesa di ghiaia che lambisce le rocce, simbolo di tempra morale. Il ritiro in questo luogo così appartato e la seguente cerimonia del tè doveva aiutare a togliere lo “sporco quotidiano”, quindi era necessario il silenzio, la sospensione, la meditazione. Fra l’altro, la porta, alta 1 m ca., obbligava tutti a chinarsi, in segno di umiltà.
All’interno della sala, una parete (il tokonoma) era decorata da un’opera di Ikebana, ovvero con fiori e steli tagliati. Le prime composizioni consistevano in uno stelo alto, che rappresentava il cielo, e due steli più corti, a simboleggiare l’uomo e la terra.
Anche nella pittura, la natura diventa soggetto preferito: questo tipo di composizioni vengono chiamate ukiyo-e, ovvero “pittura del mondo fluttuante”. Pare che questo tipo di classificazione venisse inizialmente riferito alle opere di Iwasa Matabei, che era solito accostare rappresentazioni paesaggistiche a scene a carattere storico o letterario. Abbiamo comunque una buona definizione di questo tipo di pittura data da Asai Ryoi, celebre scrittore dei primi anni del Periodo Edo (1615 ca.-1868): “significa vivere soltanto il presente, ammirare la luna, la neve, i fiori di ciliegio, godere del vino, delle donne e dei canti, lasciarsi trasportare dalla corrente della vita”. La tecnica della xilografia segnò la sua fortuna: erano infatti i borghesi a richiedere queste opere e c’era bisogno che fossero diffuse in molte copie.
Fra gli artisti più abili in tal senso, ricordiamo Hokusai e Hiroshige, tanto che le loro opere furono d’ispirazione per molti impressionisti europei (es. Monet, Van Gogh, Gauguin).
Di Hokusai citiamo in particolar modo le 36 vedute del Monte Fuji: consiste in una serie di stampe in cui protagonista assoluto è per l’appunto il Monte Fuji, ripreso nelle varie stagioni, a diverse ore del giorno e in differenti condizioni atmosferiche. La veduta più celebre è rappresentata dalla Grande Onda, che descrive la contrapposizione fra le forze della natura e la fragilità dell’uomo.
Passando invece a parlare di Hiroshige, questo si distingue per il senso che vuole dare alle sue rappresentazioni paesaggistiche: la contemplazione della natura e la sua trasposizione pittorica vuole infatti sancire un rapporto fra finito ed infinito, ovvero vuole catturare ciò che di divino c’è nel “respiro del cosmo”. La sua serie più importante è rappresentata dalle 100 vedute famose di Edo. Frequenti nelle sue opere sono anche le rappresentazioni di animali.

 

Claudia Sole

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