Il mistero degli “Ambasciatori” di Holbein

Eccoli lì che ci guardano, ritratti a grandezza naturale: Georges de Selve, vescovo di Lavaur (poi ambasciatore di Francesco I di Francia a Venezia), e Jean de Dinteville, ambasciatore francese a Londra.
Solo i loro volti in primis appaiono; i loro sguardi fissi su di noi, emblematici, quasi stessero lì ad attendere una risposta ad un ignoto quesito. Il nostro occhio attento li attraversa da capo a piedi: e uno dopo l’altro notiamo i loro illustri copricapi, le giacche di pelliccia o finemente ricamate, i colori sgargianti della casacca di uno dei due, gli strani oggetti che tengono in mano.
Entrambi si poggiano ad un tavolo, dove sparsi sui due ripiani sono vari simboli massonici e alchemici: strumenti astronomici in alto, un globo terrestre ed un liuto con una corda spezzata in basso (rimandano alle arti del Quadrivio: musica, aritmetica, geometria, astronomia).
E proprio scendendo verso il basso con lo sguardo, improvvisamente ci appare ciò che fino a quel momento era rimasto celato: una strana macchia oblunga, poggiata lì, su quel magnifico pavimento dell’Abbazia di Westminster. Come è possibile non averlo notato fino ad ora? Eppure attraversa tutta la parte inferiore del quadro ed ha un che di inquietante anche (o proprio) per quel suo essere apparentemente incomprensibile.
Questo è inspiegabile, l’unica certezza è che , dal momento in cui tale oggetto misterioso si è rivelato innanzi a noi, siamo stati letteralmente catturati nel quadro, quasi a compensare quel primo non-riconoscimento.
Perchè anche nella realtà spesso ci capita di osservare qualcosa, ma di non riuscire a vedere ciò che davvero abbiamo di fronte agli occhi: forse perché poco interessante per noi, ma molto più di frequente perché ci tocca nel profondo, come esperienza “perturbante“.
Freud spiega il presente accadimento nel concetto di IMAGO, che altro non è che una trasposizione nella realtà dell’idea che noi abbiamo di essa. E’ come, cioè, se creassimo un gioco di corrispondenze fra ciò che appare e ciò che, proprio perché appare, scompare. Non c’è dunque un unico campo visivo per tutti, ma ciascuno più concretamente vedrà ciò che vuole vedere.
E proprio per queste ragioni forse fra voi osservatori di questa magnifica opera, qualcuno avrà elaborato quella figura deformata di cui abbiamo parlato e, spostando appena appena il suo punto d’osservazione, vi avrà riconosciuto il soggetto, ovvero un teschio, con la bocca semiaperta a formare un ghigno derisorio. Derisorio proprio verso tutte quelle invenzioni scientifiche, quei vestiti sfarzosi, quegli uomini illustri che, nonostante gli sforzi, non potranno sfuggire all’ineluttabilità della Morte. La stessa corda spezzata del liuto va a ribadire questa transitorietà.
Il teschio, essendo “anamorfico“, è come se non ci fosse; la sua presenza diventerà visibile solo se evocata. Da qui, la stessa radice del termine “anamorfosi“, che è proprio il gioco ottico ivi operato: ana morphe letteralmente significa “forma che torna indietro”, ovvero si deforma prospetticamente ma, in senso più generalizzato, si nasconde per apparire qual è soltanto a chi vorrà riportarla in avanti, laddove è la sua dimensione più consona.
Ultimo dettaglio che pare doveroso analizzare è quel crocefisso, anche lui appena percettibile dietro il pesante tendaggio. Ecco l’unica speranza di vittoria sulla Morte: la Fede.
Tutto è dunque immobile in questo quadro, tranne quei due soggetti poco evidenziati, che invece improvvisamente balzano fuori, con tutta la loro forza espressiva e simbolica, a ricordarci come le verità non siano concesse a tutti ma soltanto a colui che avrà la forza di ricercarle.

 

Claudia Sole

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