Alla ricerca della “Battaglia di Anghiari”

Di essa non rimangono che qualche disegno preparatorio ed una bellissima copia eseguita da Rubens, oggi al Louvre. Ma proprio per questo, intorno alla “Battaglia di Anghiari” si è andato accrescendo l’interesse di studiosi e appassionati, desiderosi di riportare alla luce quella che potrebbe essere un’opera celata di Leonardo, non un’opera distrutta.
Qualche giorno fa arriva finalmente la notizia: forse frammenti di quell’affresco sono stati scovati nel grande Salone del Consiglio Comunale, all’interno di Palazzo Vecchio, grazie ad una sonda endoscopica. Non più di tre o quattro tracce di pigmento di manganese, cristallo di lacca e polvere di mattoni. Ma sufficienti per un’attribuzione al grande Maestro del Rinascimento italiano, che quella composizione chimica già l’aveva utilizzata in altri capolavori quali “La Gioconda”.
Procediamo dunque con ordine, ricordando le vicende storiche che portarono alla creazione del Mito legato a quest’opera.

LA COMMITTENZA

Nel 1503, il gonfaloniere Pier Soderini tentò il “colpaccio”: mettere a confronto in un’unica sala l’estro creativo dei due più grandi artisti di tutti i tempi, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti. Ironicamente, vennero commissionate loro due battaglie: “La Battaglia di Cascina” per Michelangelo, quella di Anghiari per Leonardo. I due dovettero sentire particolarmente la sfida, se entrambi decisero di cimentarsi in nuove sperimentazioni, così da sbaragliare l’avversario. Quest’ultimo, in particolar modo, decise di rispolverare una tecnica antica, appresa da Plinio il Vecchio: l’encausto, in grado di fissare la pittura alla parete per mezzo del fuoco.
Analizzando i disegni preparatori, è possibile capire fin da subito come in quell’opera dovesse irrompere un nuovo dinamismo, un impeto sconvolgente inedito per il precedente operato dell’artista. Doveva soffiarvi dentro una ferinità feroce e le figure erano chiamate ad avvolgersi in un vortice di moti.
Anche se le imitazioni mostrano semplicemente un gruppo centrale di cavalieri in combattimento, le vaste dimensioni della parete fanno ritenere che Leonardo intendesse realizzare un’opera molto più panoramica, in cui poter sbizzarrirsi nei più variegati capricci per la resa dei diversi tipi militari richiesti.

IL DISASTRO

Quando si arrivò al momento di passare il cartone sulla parete, la scelta dell’encausto si rivelò purtroppo inadatta. Infatti, nonostante il Maestro predispose due pentoloni pieni di legna ardente che, sprigionando calore, dovevano permettere l’essiccamento della pittura, la vastità della parete dipinta non permise il raggiungimento di una temperatura sufficiente, cosicché i colori finirono per colare sull’intonaco. L’opera non venne dunque proseguita, come d’altronde non vide compimento neanche la controparte michelangiolesca.

DIPINTO CELATO O DIPINTO DISTRUTTO?

Una sessantina di anni dopo l’incidente, Vasari fu interpellato per un rifacimento della decorazione del Salone.
E’ proprio a questo punto che sorge un dubbio: costui, di cui era risaputa la grande ammirazione nei confronti di Leonardo, avrebbe mai potuto distruggere un suo capolavoro, seppur interrotto? O lo avrebbe invece più verosimilmente nascosto sotto uno strato d’intonaco?
Il dilemma è sopravvissuto a tanti anni di studi, in cui gli esperti hanno esplorato quella parete in lungo e in largo, senza tuttavia poter cogliere indizi utili a far credere alla sopravvivenza dell’opera.
Ma la speranza fu più forte di qualsiasi altro sentimento, anche perché ad accendere la fantasie era un ulteriore dettaglio: l’affresco vasariano, dedicato alla Vittoria di Cosimo I a Marciano in Val di Chiana, mostra in alto una bandiera recante la scritta “CERCA TROVA”.
Ed è proprio questo consiglio, così enigmatico, che venne seguito.

LA SCOPERTA

E finalmente queste tracce tanto desiderate sono venute alla luce. I risultati delle indagini sono stati mostrati dal ricercatore Maurizio Seracini durante una Conferenza tenutasi lunedì 12 marzo, in presenza fra l’altro del sindaco di Firenze Matteo Renzi e do esponenti della National Geographic, che ha deciso di investire ben 250 mila euro per riportare alla luce quel poco che la cosiddetta “parete giusta” vorrà svelare.

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